Blackout.

blackout_newyorkcity_2003_4h.jpg“…ok, ti piace il minimale e ti rispetto, ma ora non c’è proprio un c***o! Troppo minimale :) Vedi che ti si è sfasciato il sito, dacci un’occhiata…”

(email di un amico)

Il problema tecnico del blog è stato risolto spostandolo in toto su un altro sito, molto più affidabile. Quello vecchio d’improvviso ha staccato la spina. Avessero dato un preavviso accettabile avrei salvato tutti i post, ma purtroppo così non è stato, quindi molto è andato perso.

Tiburtina, estetica decadente sotto PM10 (Il Kebbabbaro di notte)

barbone tiburtinaA leggere Dostoevskij quando disegna a lettere la decadenza delle metropoli russe fatte di sudicio, anime vaganti, rumore, a me vengono in mente le strade di Tiburtina, i suoi marciapiedi, i suoi muri neri, il frastuono.

Una città sporca ti allontana da se. Se ti fa schifo pure toccarla, allora non c’è modo di entrare in contatto. Le cose belle viene naturale possederle, ma se non tocchi non puoi possedere, non puoi amare.

Disfacimento e decoro, alienazione e umanità: si alternano scomposti, impari, stanchi.

Questa notte prima di tornare a casa sono passato dal kebbabbaro qui sotto. Dentro il locale – un magazzino di pochi metri quadri – fa un caldo assurdo. Mentre il signorone egiziano mi taglia la carne e si asciuga la fronte con l’avambraccio entrano due ragazzini zingari e si mettono in fila per essere serviti.
Lo sguardo del kebbabbaro cambia in un secondo. Gli occhi spalancati. Taglia la carne senza neppure guardarla: tiene lo sguardo sui due ragazzetti – un ragazzo e una ragazza - e non appena finisce di tagliare con voce grossa gli grida: “E allora? Ce li avete i soldi? I soldi, capito?!”, e allunga la mano verso loro strofinando l’indice e il pollice.

Il ragazzino annuisce timido, forse spaventato.

- “Allora, cosa volete!?”

I due si consultano e lui dice in fretta: “due kebab”, e dopo qualche secondo si corregge “anzi uno!”.

L’egiziano sbotta: “La prossima volta che cambi non ti do niente capito!? Qui c’è da lavorare! Non farmi perdere tempo! Capito?”

Poi si gira verso di me: “sono tre euro… ciao! Buona serata!”.

Pago, esco.

Indiani Metropolitani

tiburtina indiani metropolitaniMimetici, nell’aiuola dell’incrocio tra la tiburtina e la tangenziale, vivono gli indiani metropolitani. Passandoci accanto con l’auto o con qualsiasi altro motoveicolo è quasi impossibile notarli. Vuoi per la distrazione, vuoi perché in quel groviglio di strade è bene guardare bene la via, vuoi perché cosa diavolo ci guardi a fare dentro un’aiuola fetida, fatto sta che gli indiani lì in mezzo sono – paradossalmente - al riparo dagli sguardi.

In macchina non li noti neanche, dicevo. Occorre passarci accanto a piedi, e si possono capire cose che la velocità ti nega…

Nella tenda verde dormono in due, forse marito e moglie. Sembrano dell’est, forse romeni, sulla cinquantina.

Prima che fa buio lei raccoglie un po’ di legna tutt’intorno e lui accende un piccolo fuoco davanti la tenda, bassa, minuscola e umida. Il fuoco di solito resta acceso per poco, quando fa buio è già spento, forse per non dare troppo nell’occhio. Le braci accese accanto la tenda magari serviranno a rendere meno umido il sonno.

Poi qualcuno li avverte che sono arrivati i pasti caldi della Caritas. Allora lasciano tutto com’è e si affrettano per andare sotto la sopraelevata della tangenziale davanti la stazione a prendere un pasto caldo.

E vado via anche io, che sono rimasto per mezz’ora fingendo di aspettare l’autobus alla fermata proprio davanti l’aiuola.

Mimetici, nell’aiuola dell’incrocio tra la tiburtina e la tangenziale, vivono gli indiani metropolitani. Passandoci accanto con l’auto o con qualsiasi altro motoveicolo è quasi impossibile notarli. Vuoi per la distrazione, vuoi perché in quel groviglio di strade è bene guardare bene la via, vuoi perché cosa diavolo ci guardi a fare dentro un’aiuola fetida, fatto sta che gli indiani lì in mezzo sono – paradossalmente - al riparo dagli sguardi.

In macchina non li noti neanche, dicevo. Occorre passarci accanto a piedi, e si possono capire cose che la velocità ti nega…

Nella tenda verde dormono in due, forse marito e moglie. Sembrano dell’est, forse romeni, sulla cinquantina.
Prima che fa buio lei raccoglie un po’ di legna tutt’intorno e lui accende un piccolo fuoco davanti la tenda, bassa, minuscola e umida. Il fuoco di solito resta acceso per poco, quando fa buio è già spento, forse per non dare troppo nell’occhio. Le braci accese accanto la tenda magari serviranno a rendere meno umido il sonno.
Poi qualcuno li avverte che sono arrivati i pasti della Caritas. Allora lasciano tutto com’è e si affrettano per andare sotto la sopraelevata della tangenziale davanti la stazione a prendere un piatto caldo.

E vado via anche io, che sono rimasto per mezz’ora fingendo di aspettare l’autobus alla fermata proprio davanti l’aiuola.